Intervista a Giampiero Frondini | Recensione de L’Esame

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Giampiero Frondini | Recensione, L'Esame

Intervista a Giampiero Frondini

Recensione de L’ Esame

Prorompenti appaiono, fin dalle primissime battute, l’umanità, la sensibilità e il rispetto per i sentimenti, contrapposti al cinismo e all’arrogante freddezza propri di una generazione vista in prospettiva futura (non più di tanto a dire il vero, ndr) che, per fronteggiare la sovrappopolazione, ha scelto il metodo più “semplice”: l’eliminazione degli anziani. “L’esame” è una piéce tratta dal testo di Richard Mattheson “The Test”, scritto nel 1954, che immaginava in maniera orwelliana un futuro in cui l’etica del profitto avrebbe preso il sopravvento su ogni altro valore. Nel testo gli anziani che hanno superato i 60 anni sono chiamati a sostenere un esame che verifichi il loro stato di efficienza psicofisica. Chi non lo supera sarà classificato come “inadeguato” e ucciso da un’iniezione.
Un magistrale Frondini interpreta l’anziano che, arrivato a 80 anni, viene chiamato a sostenere di nuovo l’esame, mentre suo figlio, consapevole che il padre non supererà la prova, rimane in bilico tra l’affetto e la freddezza, tra il cinismo e la dolcezza dei ricordi.
Nel rapporto tra padre e figlio, suocero e nuora, marito e moglie, si sviluppa l’evidente differenza generazionale, articolata però in chiave degenerativa, come conseguenza di una sempre maggiore dittatura del profitto, del disprezzo dei sentimenti e di qualsiasi valore umano, impostata sul principio dell’eliminazione istantanea di ciò che non serve più, fosse anche un genitore.
Non sarà utile nemmeno la forza dei ricordi per consentire un’inversione di rotta.
Un’ora precisa dall’inizio dello spettacolo a quando il sipario si chiude, un’ora in cui si riflette, ci si emoziona, un’ora in cui le pause, giuste, lasciano il tempo per pensare.
Un’ora in cui lo spettatore si può facilmente identificare nel figlio/padre/nuora e temere una deriva simile.
“L’esame” è uno spettacolo dolce, umano, genuino,che parla al cuore e all’intelletto, in cui l’accento perugino di Frondini è il valore aggiunto ad una già grande interpretazione, ed è quello che la rende ancora più “nostra”.

“BISOGNA DARE SIGNIFICATI ALLE COSE CHE SI FANNO, IO, A 80 ANNI, NON MI PENTO DI NESSUNA COSA CHE HO FATTO”

Così Giampiero Frondini racconta il suo Esame quello che dura da una vita, quello che gli ha consentito di dedicare una vita intera al Teatro.
Già, perché Giampiero Frondini, classe 1933, non è solo interprete, ma sente il teatro scorrergli nelle vene fin da giovanissimo. Entra a far parte del Piccolo Teatro della Fonte Maggiore di Perugia nel 1961 e da quel momento non si fermerà più. Tra i suoi lavori più importanti ricordiamo la traduzione in dialetto perugino di “Mistero Buffo” di Dario Fo, poi seguiranno gli eventi di “simulazione” –un nuovo modo di fare teatro- con “Queen Pauline”, “Indiana Jones, “Un po’ di teatro”, “The last train to St.Ann”, “Ritorno all’Isola del tesoro”, “Missione Annibale” e molto altro.
Gli ultimi anni di attività sono stati per Frondini quelli più impegnativi: ha riconosciuto al teatro un valore educativo etico e morale, per questo si è impegnato, insieme al Gruppo da lui diretto, in attività di promozione e diffusione sul tessuto sociale, dalla scuola, al carcere femminile, all’Ospedale Psichiatrico di Perugia. È da sottolineare infatti che una delle maggiori realizzazioni nel bilancio complessivo della sua attività è l’aver creato un gruppo teatrale professionista – il più antico della Regione – di rilevanti dimensioni economiche ed organizzative, riconosciuto dal Dipartimento dello Spettacolo come uno dei pochi Centri di Produzione per Teatro Ragazzi in Italia.

 

Intervista a Giampiero Frondini | Recensione, L'Esame | Elisa Cirilli

OLTRE AL CINISMO E ALLA CULTURA DEL PROFITTO, QUALI ALTRE POSSONO ESSERE LE CAUSE DI UNA DERIVA TALE, VISTA NON PIU’ DI TANTO IN CHIAVE FANTASCIENTIFICA?
Io penso che il segreto sta nel dare significato a quello che si fa, come accade per l’arte. Purtroppo però a volte le cose diventano imitazione, volontà di mettersi in evidenza. Oggi putroppo vedo che c’è tanta impersonalità, tanto poco da dire e da fare a volte e questo per me è pericoloso. E’ per queste ragioni che ho sempre scelto forme di teatro diverse; un teatro impegnato che ha portato il suo messaggio nelle scuole, nelle carceri, negli ospedali psichiatrici. Ho sperato che in questo modo le mie riflessioni riuscissero a coinvolgere anche coloro che ancora dovevano progettare la propria vita e dovevano scegliere la propria strada. Il teatro per me è questo, è nato per parlare e per trasmettere.

QUANTO LA VEDE POSSIBILE UNA PROSPETTIVA SOCIALE FUTURA COME QUELLA PRESENTATA NELLO SPETTACOLO?
Mah, non me la sento di escludere niente. Questo testo è stato scritto nel 1954 ed era ambientato nel 2023, noi siamo nel 2013, siamo vicini. L’abbiamo scelto proprio perché, secondo noi, c’era tanto da tirare fuori, tante analogie con quello che stiamo vivendo.

IN UNA VITA COME LA SUA, SPESA TUTTA PER IL TEATRO, QUAL E’ L’EMOZIONE PIU’ FORTE CHE ESSO LE HA TRASMESSO?
Per me l’emozione più forte è incontrare per strada gente che magari ho conosciuto durante l’infanzia e vedere che si ricorda di me. L’emozione è anche vedere i ragazzi nelle scuole che si appassionano al teatro e ne fanno un uso stimolante educativo, insomma che non fanno “la recita” ma che se ne appassionano.

IL SUO ESAME PIÙ DIFFICILE QUAL È STATO?
Non saprei fare una graduatoria… Forse è quello che sto affrontando adesso perché il presente mi spinge a domandarmi se quello che ho fatto l’ho fatto bene, se le scelte che ho fatto si sono rivelate quelle giuste. Poi quando cerco delle risposte a queste domande penso che se tornassi indietro rifarei tutto quello che ho fatto ed è in questo che risiede la mia felicità e la mia soddisfazione.

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