Cosmilandia! Intervista a Serse Cosmi

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Cosmilandia!

Intervista a Serse Cosmi

Serse Cosmi non ha bisogno di grandi presentazioni: lo vedi in piedi davanti la panchina, in poltrona, in giardino, dietro la sua iper-tecnologica consolle da DJ, a tavola o sotto le luci delle telecamere, e sai sempre e comunque che è lui, l’uomo schietto, verace, acuto e brillante, senza peli sulla lingua e senza mezze verità. Le sue squadre hanno sempre mostrato un bel calcio, il “gruppo” lo ha sempre rispettato, a volte difeso e rimpianto; sorride quando sente parlare di “Zemanlandia”, a volte il potere mediatico crea e distrugge, quello che è certo è che Cosmi otto gol in una sola partita di campionato non li avrebbe mai incassati, a prescindere da tattiche, moduli e attitudini. Ma c’è dell’altro: Serse ci piace (nonostante la nostra mai rinnegata passione bianconera, ndr) e ci piace ancora di più ora che lo abbiamo conosciuto a casa sua, insieme alla splendida Rosy, signora di casa Cosmi, nel loro guscio famigliare e nel tramonto di una caldissima giornata estiva. Il Mister, di ritorno dal mondiale sudafricano, ci accoglie con il suo miglior sorriso e ci mette subito a nostro agio. In realtà non è un’intervista con un inizio e una fine, ma una discussione, un confronto e un racconto, un po’ conoscersi e poi spaziare, dalla comune passione per il calcio ai ricordi di un uomo che, anni fa, non avrebbe certo immaginato di diventare, oggi, uno dei personaggi più noti e apprezzati del panorama sportivo nazionale.

E se te l’avessero detto vent’anni fa, mister, ci avresti mai creduto?

«No davvero! Io devo tantissimo al calcio, e in realtà tutto è venuto con una grande spontaneità. Un passo dopo l’altro, attraverso le varie categorie del calcio giocato, sono arrivato a disputare partite di livello internazionale o, se vogliamo, ad attendere un nuovo impegno in serie A».

Quindi attualmente il tuo obiettivo dichiarato è…

«Per ora aspetto, chiaro che il primo obiettivo è una panchina di serie A. Quindi si resta in attesa di quello che comunemente viene definito un “dramma sportivo”…».

Non è mai facile subentrare a stagione in corso, situazione scomoda…

«Vero. Va anche detto però che nell’ultima stagione, se andiamo a valutare l’impatto di Ranieri a Roma e Rossi a Palermo, il cambio in corsa ha dato ottimi risultati, sia alle squadre che agli allenatori».

A proposito, l’esperienza di Livorno è stata particolare… Prima le dimissioni (respinte), poi la squadra e i tifosi che si schierano dalla tua parte, poi l’esonero… Ti sei pentito delle tue scelte?

«Ho sbagliato a tornare sui miei passi. Andarmene nel momento in cui i risultati erano positivi era la cosa migliore da fare, visto anche il rapporto con la presidenza che era insostenibile. Mi sono lasciato condizionare da fattori che in quel momento ho considerato primari. Capita anche di fare scelte sbagliate in questo mestiere. Quello che è certo è che quel tipo di errore non lo commetterò mai più».

Genova invece sembrava un po’ la tua seconda città…

«Ho rifiutato cinque squadre di serie A per il Genoa, un’esperienza bellissima e un feeling con i tifosi straordinario. Poi qualcosa si è rotto, magari qualcuno ha cominciato a dire che il Genoa era la squadra di Cosmi, per il carattere, per il modo di fronteggiare gli avversari, per l’umiltà e la determinazione, e questo può aver dato fastidio alla proprietà…»

Tocchiamo, inevitabilmente, un tasto dolente: il Perugia.

«Percepisco una strana atmosfera, come se quello che è successo sia quasi un fatto normale. Il Perugia è vittima, come i suoi tifosi, di scelte scellerate. C’è un passato, una tradizione che andrebbe rispettata. Io, come ex allenatore del Perugia, come tifoso e come cittadino mi sento offeso, ci tengo a sottolinearlo. Adesso sarà veramente dura, anche sotto il profilo psicologico. L’importante è che lo scempio che è stato fatto resti impresso nella testa delle persone, a memoria storica».

Cos’era che funzionava così bene negli anni in cui tu eri sulla panchina del grifo?

«C’era un gruppo che funzionava. Gente appassionata, competente. Basti pensare che tre importanti collaboratori di quella società, e sto parlando di Sabatini, Angelozzi e Salvatori, adesso sono direttori sportivi in tre squadre di serie A. Lo stesso Gaucci, definito da molti un personaggio istrionico, è stato un precursore sotto certi punti di vista. Per questo dico che il Perugia è probabile che un giorno torni in serie A, ma è quasi impossibile che per tre anni consecutivi arrivi in finale del campionato nazionale Primavera… è soprattutto questo che dà la dimensione di una struttura di ottimo livello e della validità del lavoro svolto».

Molti sostengono che il fallimento della nazionale italiana sia figlio di una scarsa attenzione delle squadre di club verso i giovani. Anche tu pensi questo?

«Non solo questo: facile dare la colpa ai giocatori, a Lippi… In realtà ci sono dietro anni di strategie sbagliate dettate da una classe dirigente di basso profilo e di scarsa visuale prospettiva. Abbiamo visto una nazionale timorosa, senza personalità, che una volta trovatasi orfana di campioni tipo Buffon, Totti, Del Piero, Pirlo, ha palesato limiti chiarissimi. Ma quei limiti altro non sono che il risultato di un calcio che vede l’avvicendarsi di 20-25 allenatori in una stagione: che sicurezze, che messaggi può dare un tecnico a un giovane calciatore, se il tecnico stesso vive una situazione continua di isterismo generale, di tensione, di pressione e di precarietà? Ecco allora che quello dei mondiali tedeschi del 2006 è un risultato storico, se vogliamo anche inaspettato, quasi un miracolo sportivo».

…e una grande soddisfazione per te, immaginiamo…

«Immensa. Grosso e Materazzi cannonieri della squadra campione del mondo, due ragazzi che sono stati pilastri del mio Perugia».

Ti hanno ringraziato per ciò che hai fatto per loro?

«Con Marco il rapporto è costante, ricordo che all’indomani della finale di Berlino, mi ha regalato la maglia… Grosso caratterialmente è un tipo chiuso, difficile che manifesti le sue emozioni, però ricordo con molto piacere una lettera che mi ha scritto la mamma di Fabio. Diciamo che qualche merito, sia io che lo staff di quel Perugia, possiamo prendercelo senza che nessuno si offenda».

Torniamo ai Mondiali in Sud Africa; cosa ti ha colpito, da addetto ai lavori?

«Sinceramente poco… Credo che l’ultimo mondiale in cui si è visto qualcosa di straordinario dal punto di vista tecnico-tattico sia stato quello del 1974 in Germania».

Qual era la tua squadra favorita?

«Ad essere sincero avevo previsto la finale Spagna-Olanda con un certo anticipo…»

Anche prima del polipo???

«(Ride, ndr)…sì! Però sarò onesto fino in fondo: ero convinto che vincesse l’Olanda».

Cos’è che ti piace di meno del calcio di questo primo decennio del 2000?

«La poca passione che manifestano coloro che sono al timone di club e federazioni. Anni fa se si fossero affacciati al mondo del calcio personaggi senza alcuna competenza calcistica ma solo provvisti di brama di guadagno, sarebbero stati additati come eccezioni. Oggi succede il contrario. Credo che, ad esempio, presidenti di serie A che venivano considerati quasi folkloristici negli anni ’80, oggi, inseriti nel contesto attuale, potrebbero sembrare dei seminaristi… Inevitabile che, a cascata, la scarsa passione per il calcio investa tutti gli addetti ai lavori, fino ai calciatori».

Sentiamo raccontare di sport da personaggi che a volte non sono all’altezza del giornalismo di qualche anno fa. Credi che insieme al livello culturale dei protagonisti del mondo calcistico si sia abbassato anche quello dei commentatori sportivi, sia della TV che della carta stampata?

«È cambiato molto il modo di comunicare. Devo dire che si sente la mancanza dei vecchi professionisti carismatici del giornalismo sportivo. C’è poca disciplina anche nei rapporti con la stampa, anche se credo ci siano giornalisti davvero bravi che riescono ancora a raccontare in qualche modo cosa voglia dire vivere di calcio»

Qual è stato il tuo pensiero riguardo all’exploit 2010 di Mourinho?

«Stimo Mourinho come una persona molto intelligente che ha ridato dignità al ruolo dell’allenatore in Italia. Era anche prevedibile che alla fine fosse un po’ vittima del suo modo di essere, in un ambiente in cui se esci dagli schemi c’è sempre chi ti aspetta dietro l’angolo. . .»

Qual è il calciatore che ti ha dato più soddisfazione fra quelli che hai allenato e quale, tra gli avversari, quello che ti ha impressionato di più?

«Difficile fare un nome solo. Diciamo Liverani e Miccoli dei miei, ma potrei citare Milito, Tedesco, Hamsik… Degli avversari il Ronaldinho del 2006, ma anche Nedved della Lazio, e poi Boksic, che appena arrivai in serie A mi fece davvero impressione».

Il 2006 fu l’anno della Champions e della trasferta al Nou Camp. Cosa ricordi di quella esperienza?

«Che se l’avessi vissuta con la maglia del Perugia sarebbe stata tutta un’altra gioia… Arrivai a Udine con la testa e con il cuore ancora a Genova, eppure i risultati arrivavano. Poi andammo a Barcellona senza Iaquinta, fermato per i noti problemi con la società: una situazione assurda, paradossale: ricordo che i giornalisti spagnoli non capivano cosa stesse succedendo».

I risultati contro squadre di un certo blasone sono lì a raccontare della bontà del tuo lavoro, i fatti non si possono cancellare…

«Vero. I miei ragazzi hanno sempre dato qualcosa di più del massimo. A volte, nel tunnel degli spogliatoi prima di entrare in campo, guardavo gli avversari vicino ai miei giocatori. Pensavo: oggi ne prendiamo tanti, e invece… Ma in fondo è proprio questa la magia del calcio, ciò che ce lo fa amare».

Raccontaci di te al di fuori del calcio. Cosa fa Serse Cosmi nel suo tempo libero?

«Mi piace stare in famiglia e in compagnia degli amici. Mi piace la musica, di tutti i generi, anche se in macchina apprezzo meglio ciò che ascolto. Quando posso vado a funghi, spesso in posti in cui solo i cinghiali potrebbero arrivare…».

La colonna sonora per un viaggio di piacere?

«Difficile scegliere. Amo De Andrè, Gaber, molti artisti internazionali… Per un viaggio direi Pat Metheny, che ho rivisto con grande piacere da poco a Perugia».

Cosa vuol dire restare sempre e comunque uno di quelli che dice ciò che pensa e pensa ciò che dice?

«A volte viene il pensiero che convenga fare di più lo “scemo”. La mia storia è l’esempio del fatto che se nel grande calcio arriva una persona normale che dice ciò che pensa, può succedere il finimondo! Ho fatto la trafila delle categorie inferiori, non ho rubato nulla di ciò che ho avuto, ho lavorato duro eppure a molti sembrava che venissi da Marte… Da un lato agli occhi di alcuni tutto ciò mi ha valorizzato, d’altro canto sono restato mio malgrado un po’ ostaggio del “personaggio Cosmi” che i media avevano creato».

Ovvero?

“Il grande lavoro svolto, il rapporto con le squadre che ho allenato, i giovani sconosciuti che sono diventati protagonisti, tutto ciò è passato quasi in secondo piano, tanto è vero che molti parlavano di “Zemanlandia”, nessuno di “Cosmilandia”, eppure non mi sono mai sentito inferiore a certi miei colleghi che hanno ottenuto risultati molto modesti se paragonati ai miei… Nel calcio se dici le cose che pensi sembra quasi che vuoi sempre puntualizzare, quindi accusare. E allora succede che c’è chi ti aspetta al primo errore, anche chi non avresti mai immaginato gode delle tue sconfitte».

Cambierai qualcosa nel tuo modo di fare?

«Qualcosa di noi con il tempo cambia sempre, eppure credo nel lavoro svolto negli anni e in fondo se a qualcuno ha dato fastidio la mia presenza, si vede che ho agito dalla parte del giusto, almeno secondo la mia buona fede e la mia coscienza di professionista».

Per chi sarà la prima dedica dopo la prima vittoria appena tornerai in panchina?

«Vedremo… Ma, lo dico con la massima serenità, è probabile che più che una dedica ci sarà qualche rivincita da prendersi e qualche sassolino da togliersi dalle scarpe…»

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