Da Giotto a Facebook – Gianni Berengo Gardin

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Sagrato Basilica Superiore di San Francesco, Assisi. 3 settembre 2010

La fotografia, sempre intesa come forma di comunicazione, ha subìto anch’essa una profonda evoluzione da qualche anno a questa parte. La radicale differenza tra la pellicola e il digitale ha segnato una profonda frattura nel modo di concepire lo scatto negli anni in cui si è verificato questo cambiamento. Il grande fotografo Berengo Gardin inizia la sua riflessione proprio partendo dall’unico punto fermo della sua vita di fotografo: “io uso solo pellicola”. Diversamente dagli altri incontri, alla luce di un fresco tramonto e sovrastati dall’imponenza della facciata della Basilica Superiore si San Francesco, questa volta sono stati i partecipanti ad essere protagonisti. Seduti intorno al fotografo, i fortunati presenti (l’incontro si è svolto su prenotazione e a numero chiuso, ndr) hanno potuto scambiare idee e pensieri sulla concezione di questa forma di espressione. Dopo una breve introduzione, Gardin ha spiegato le ragioni della sua scelta di non seguire l’evoluzione del mondo fotografico nella direzione del digitale: “è con la pellicola che si capisce se sei un vero fotografo, il digitale le falsa” . In molti hanno voluto approfondire questo aspetto del suo essere un professionista, ad alcuni è sembrato quasi un rifiuto di guardare al futuro e all’evoluzione tecnologica che in questo campo, come in molti altri, ha facilitato di molto il compito di chi ne usufruisce per il proprio lavoro. A chi gli ha chiesto cosa ne pensasse di Photoshop, ha risposto che quando si ha la macchina fotografica in mano bisognerebbe tener presente la differenza tra una foto e un’immagine . “Una fotografia è l’aver impresso un attimo irripetibile, un’immagine è una costruzione. Di quasi un milione di foto che ho fatto, solo quattro o cinque saranno costruite. Se si aggiunge o si toglie qualcosa dalla foto, e questo è consentito solo col digitale, allora questa non è più una foto e diventa  un’immagine”. Gardin, incalzato dalle domande degli appassionati, ha espresso una velata indifferenza nei confronti delle foto del celebre Mc Curry, allora in mostra alla Galleria Nazionale dell’Umbria . Qualcuno gli ha chiesto cosa pensasse in merito alla qualità di quegli scatti e lui, con molta tranquillità, li ha classificati come “soltanto buoni scatti, piacevoli”, ma, ha lasciato intuire, molto diversi dai suoi. Per Gardin una buona foto è magari una foto non tecnicamente perfetta, ma carica di un’eloquenza che sa trasportare chi la guarda. È una foto che racconta qualcosa, che comunica appunto, anche con qualche punto in meno o in più d’esposizione.

Galleria Fotografica di Elisa Cirilli

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