Intervista a Ascanio Celestini, dalla parte del torto

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Premessa: il suo ultimo spettacolo teatrale si chiama “Il razzismo è una brutta storia”. Appena ne avrete occasione, andate a vedere Ascanio Celestini “live”. Non ve ne pentirete.


Incontri un Uomo e ti siedi a parlare con lui. Sai perfettamente di non conoscerlo, se non attraverso le cose che racconta, che hai sentito in TV o a teatro. Quell’Uomo “buca” lo schermo, domina la scena, cattura l’attenzione. Ma se ti fermi a parlare con lui, scopri che il tempo non basta per chiedergli tutto ciò che vorresti sapere e gli argomenti di conversazione diventano come il delta di un fiume in piena. Magia della consapevolezza… A proposito, tra le risposte di Ascanio Celestini, ce n’è una che ci ha colpito più delle altre. Parla di chi non ha voce, di chi subisce torti quotidianamente e non ha nemmeno qualcuno disposto a raccogliere una testimonianza. E nel titolo di questo pezzo c’è tutta la nostra simpatia e il nostro appoggio (per quanto possa contare…) verso la causa, verso le idee di questo straordinario artista che un giorno di questi vorremmo incontrare per caso. Solo per parlare del più e del meno e delle cose che contano. E stringergli ancora, forte, la mano.

Ascanio, quante forme di razzismo esistono oggi?

“Non credo a un razzismo scientifico che taglia l’umanità a fettine: la fettina nera da quella bianca, la fettina gialla da quella rossa… Il razzismo è parte di un conflitto di classe. L’emigrante africano non viene sfruttato perché è nero, ma perché è povero e senza documenti. Il maschilismo deriva da una secolare reclusione della donna tra le mura domestiche dove era una protesi dei fornelli e un corpo da stuprare. Solo con la coscienza di classe possiamo dare una lettura decente dei fenomeni violenti a cui assistiamo”.

Di quale forma bisogna aver più paura, qual è il più pericoloso?

“Quello di stato, legalizzato dalla legge”.

Girando l’Italia con il tuo spettacolo “Il razzismo è una brutta storia”, quali impressioni hai riscontrato? Quanta ipocrisia c’è dietro il proclamarsi “non razzista”?

“Se sei un cittadino di un paese capitalista sei inevitabilmente responsabile della violenza che il tuo stato di egemonia esercita contro i paesi e le classi subalterne. Considerare razzista solo chi che va a bruciare un campo nomadi è come credere che in Germania fosse nazista soltanto Hitler…”

Il tema del razzismo si ricollega a quello della guerra, da te molto sentito, anche i personaggi di cui scegli di parlare sono spesso i più deboli, quelli agli ultimi posti nella società. Come ti sei avvicinato a questi temi e perché li vivi in maniera così sentita?

“Di cosa dovremmo parlare? Io cerco di entrare nelle storie di chi vive in condizioni di subalternità. Persone che non riescono nemmeno a raccontare la propria storia, che devono fare una grande fatica per rimettere insieme i pezzi della propria identità, ma lo faccio perché non potrei fare il contrario. A un amico che ha prodotto un documentario su Alitalia, quando è andato a proporlo in tv gli hanno detto che non c’era il contraddittorio, ma solo una parte era stata interpellata. Lui ha risposto: questo è il contraddittorio. Nel senso che alla televisione e sui giornali sentiamo suonare sempre e soltanto una campana. Io cerco di far suonare quell’altra. Come scriveva Brecht? “Dato che tutti gli altri posti erano già occupati, ci siamo seduti dalla parte del torto”.

Roberto Saviano è stato accusato di aver mostrato con “Gomorra” la facciata scomoda dell’Italia, quella da nascondere perché non ci fa fare “bella figura”. Pensi che anche tu, col tuo spettacolo, possa contribuire a “rovinare” l’immagine del nostro paese?

“Molto spesso chi accusa di “rovinare” l’immagine del nostro paese è proprio chi rovina il paese nel profondo, cercando di non rovinarne la facciata. Il gommista che mi ripara la ruota bucata non è responsabile del buco. La colpa è di chi ha messo il chiodo. Io sto a metà: non foro la ruota e non la riparo, io indico il buco”.

“Vieni via con me”, “Report”, “Parla con me”, sono alcune delle trasmissioni televisive che rientrano nell’elenco di quelle da “bloccare”, cosa pensi di questa situazione?

“Mi fa paura la censura, che è un esercizio da padroni, ma ho molta paura anche dell’autocensura che è il peggior modo di fare gli schiavi”.

Cosa bolle in pentola? Hai dei progetti che puoi anticiparci?

“Sto finendo un libro di racconti, “Io cammino in fila indiana”, che uscirà nei primi mesi del prossimo anno. Ho raccolto quaranta racconti fatti in questi anni a teatro e in televisione nella trasmissione di Serena Dandini. E poi sto lavorando a uno studio teatrale che presenterò a Torino in primavera”.

Una curiosità: la tua lunga barba è legata a qualcosa in particolare oppure un giorno ti vedremo senza?

“Ho incominciato a farla crescere al liceo, poi è rimasta lì…”

Ultima domanda, quella classica di fil rouge dove ti vedi da qui a 20 anni?

“Non ho la vista così lunga. Spero sia più lunga la vita!”

© foto concesse da www.ascaniocelestini.it

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